Relazione
Le vicende storiche, sociali ed economiche degli Orti di Barbarossa, ne fanno un caso unico nel territorio
dei Castelli Romani. Si tratta di un territorio boscoso, in ottimo stato di conservazione, posto al centro di una fitta
rete di fonti naturali ed emergenze archeologiche di grande valore. Le fronde degli Orti di Barbarossa, oltre ad aver
visto condurvi il passo Goethe, Stendhal, Shelley, Byron e molti altri grandi letterati ed intellettuali della storia d'Europa,
hanno visto anche la presenza del famoso brigante Gasperone, considerato nella memoria popolare dei Castelli Romani,
l'equivalente locale della figura di Robin Hood. Ma non solo: l'area, anticamente conosciuta come
Macchia Grande, Macchia Comune o ancora Macchia della Fajola per la presenza di grandi faggi, presenza
poi ridottasi a causa dell'introduzione della silvicoltura del castagno, è stata una delle primissime aree boschive
d'Italia a godere di un suo specifico status di tutela ambientale, risalente al 1450 circa, quando l'autorità ecclesiastica
fece esplicito divieto di "far danno a cerri, farne, cerque et ische" .
Oggetto di un contenzioso durato secoli, cominciato nel XV secolo, tra la popolazione contadina ed artigiana di Rocca di Papa
ed i signori feudali dell'epoca (i principi Colonna), questi appezzamenti di terreno, e la risorsa agricola e silvopastorale
che hanno da sempre costituito, vennero riconosciuti appieno come risorsa pubblica e civica, nella disponibilità e nel diritto
dei rocchegiani, solo nel 1875. In questo lasso di tempo, proprio sulla rivendicazione di diritti pubblici e civici, si produssero
a Rocca di Papa grandi movimenti popolari, che si incrociarono anche con i primi moti del XIX secolo. Il giorno del 1 maggio del 1855,
quando già dal 1844 le terre erano state occupate, la popolazione rocchegiana, esasperata dall'arroganza tirannica dei principi che
avevano espropriato le terre e stavano procedendo al loro disboscamento per realizzarvi colture intensive di grano, si produssero in
un grande moto di ribellione popolare, antesignano dello storico afflato democratico delle popolazioni dei Castelli Romani.
Dunque a partire dal 1875 , proprio in virtù del finalmente consolidato diritto terriero riconosciuto ai cittadini di Rocca di Papa,
si sono realizzate sugli Orti di Barbarossa tutta una serie di attività agricole e silvopastorali, improntate ad una logica di
sostenibilità naturale, figlie di una millenaria tradizione orale contadina, che hanno portato alla selezione ed alla nascita di
specie arboree da frutto e di prodotti ortofrutticoli tipici degli Orti di Barbarossa: esempi di ciò sono il fagiolo detto,
per l'appunto, Regina di Barbarossa (Phaseolum vulgaris var. Regina), la mela detta >Rosa Gentile e Ruzza,
ma anche altri tipi di coltivazioni locali, originarie di altri comuni dei Castelli Romani che a Barbarossa hanno prosperato per
molti anni, come ad esempio la cipolla detta Marinese (Allium cepa var. Marinensis), proprio perchè tipica del vicino
e confinante Comune di Marino.
Accanto a queste specie eduli, la medesima prassi di sostenibilità di carattere tradizionale ha conservato anche specie selvatiche
e semidomestiche quali il borsolo (Staphylea pinnata), diverse specie di frutti di bosco ed erbe aromatiche ed anche l'unico,
preziosissimo endemismo castellano: la vincia (Vincia incisa o pimpinelloides).
Si tratta di oltre 150 anni di storia naturale ed umana, nel formidabile contesto naturalistico e storico/archeologico dei
Castelli Romani, che oggi si trova a gravissimo rischio di scomparsa, sia a causa dei drastici mutamenti socioeconomici che
hanno riguardato i Castelli Romani a partire dagli anni '60 del XX secolo, sia a causa dei pesanti impatti ambientali che tali
mutamenti hanno portato con sè in termini di depauperamento delle aree boschive, dissesto idrogeologico, eccessiva pressione edilizia.
Il progetto si propone di riattivare il contesto di biodiversità locale e di economia sostenibile di questo territorio, inserendolo nella filiera del turismo
di qualità, dell'educazione ambientale e dell'enogastronomia biologica, attraverso la realizzazione di un vivaio di archeologia
arborea ed attività di didattica ambientale, che si ponga al tempo stesso come luogo di conservazione e difesa della biodiversità
naturale, domestica tradizionale e semidomestica, da mettere a disposizione della popolazione castellana per il reimpianto, come
osservatorio e centro di studi permanente sui saperi della terra, come punto di snodo ed informazione per l'escursionismo
naturalistico e storico/archeologico e come tappa di ristoro con un'offerta enogastronomica legata ai prodotti tipici del territorio,
con particolare riguardo per le varietà locali di cui sopra.




